Malattia & Business
“Se vogliamo dare un nome a questo gioco, allora esso è far stare meglio le persone. Il corpo guarisce da sé in maniera sicura, saggia, pratica, razionale, osservabile, prevedibile. Il guaritore interno può essere avvicinato dall’esterno. L’uomo possiede un grande potenziale di guarigione attraverso l’innata saggezza, ovvero la omeostasi fisiologica propria della struttura umana.
Dr. George J. Goodheart Jr.
In quest’epoca di grandi possibilità, grande comunicazione, accesso ad enormi sistemi informativi e reti, siamo sempre più sconosciuti a noi stessi. Il nostro corpo chiama, implora, manifesta sintomi e squilibri, si fa sentire e noi non sappiamo come relazionarci con lui, non sappiamo come ascoltarlo e comprenderlo per la gioia dei grandi sistemi di potere e dei colossi commerciali, che fanno di ogni problema un business (il business sta nel fatto che ogni problema non è altro che l’invito ad una soluzione che qualcuno studierà al posto nostro e che noi compreremo da quel qualcuno, soprattutto a patto che sia veloce, indolore e possibilmente duratura). Ovviamente, se le persone sapessero come affrontare i propri stessi problemi o quantomeno molti di essi, se venissero loro insegnate la modalità per ascoltarsi profondamente e gli strumenti per vivere non “in assenza di sintomi”, ma nel benessere inteso come serenità, pienezza, gratificazione ed autorealizzazione, e ad assumersi le proprie responsabilità verso sé stesse e le proprie condizioni psicofisiche, se potessero avere una cultura sufficiente a porsi criticamente nei confronti di prodotti, servizi ed ideologie, comprerebbero molto molto molto meno, starebbero molto meglio ed il mercato aumenterebbe esponenzialmente la qualità di ciò che al momento offre (ma si incazzerebbe a morte!). Eppure si vive sempre più nella paura, indotta in ogni modo, e strumentale a rendere le persone diciamo più “disponibili” a collaborare ed a comprare: i malesseri diventano malattie che ovviamente devono essere curate, e d’altro canto, i valori soglia stabiliti a titolo di parametro per diagnosticare le malattie o i fattori di rischio già esistenti e codificati sono sempre più restrittivi. Inoltre, tali parametri e valori sono stabiliti da commissioni istituzionali costituite da medici, ricercatori e specialisti non super partes, ma che spesso mostrano evidenti collegamenti economico finanziari (in termini di retribuzione e collaborazione) anche con case farmaceutiche private. Il corpo, con le sue reazioni temibili e sconosciute diviene sempre più nemico, entità da cui guardarsi e dalla quale proteggersi, l’ombra della malattia usata come spauracchio e come minaccia in un contesto culturale in cui la morte è vista come un tabù, come qualcosa di cui non si parla e che viene profondamente negata, fuggita, vestita di nero e di cupissimi immaginari, invece che trovare una collocazione naturale e fisiologica ed in presente in cui la malattia viene “venduta” come uno stato di imperfezione, “difetto”, un inciampo, una sfortuna, un guasto, uno “sbaglio” che si spera provvisorio e di cui si cerca semplicemente di sbarazzarsi il prima possibile e spesso a qualsiasi costo divengono sempre più incontrollabili, fonti di minaccia, testimoni della nostra non onnipotenza. Non possiamo controllare tutto ed il nostro corpo, quando ci da segnali, ce lo dimostra. Anche se non abbiamo “motivo” apparente per star male, il nostro corpo ci fa da controprova, indicandoci magari che qualcosa non torna, qualcosa che non abbiamo visto, qualcosa di cui prendere coscienza che ci è sfuggito. Questo apre alla possibilità di una vita diversa, basata su noi stessi, sull’andare a fondo nelle cose, sull’interruzione di una dinamica di “complicità” nei confronti delle situazioni che invece ci provocano dolore e sofferenza, ma nelle quali rimaniamo imbrigliati, spesso pagando un caro prezzo. Occorre vincere la paura di guardarsi dentro e recuperare una fondamentale onestà con sé stessi, per recuperare una dimensione più vera, una possibilità di esistenza più alta e gratificante che può esistere solo nel momento in cui il dolore non viene fuggito ma elaborato, compreso, ascoltato.
Proprio in questo panorama, in cui si fanno strada estremismi in tutte le direzioni: dall’abuso farmacologico alla completa repulsione del farmaco, è allora importante tornare amici e complici di noi stessi, smettere di cercare alibi che prima o poi cadranno, costruire qualcosa su presupposti diversi. Affrontare le proprie paure, le proprie convinzioni, i propri giudizi è possibile in qualsiasi momento. In ogni momento possiamo riprendere in mano la nostra vita e decidere di conoscersi, ascoltarsi, sperimentarsi, nutrirsi di informazioni imparziali e non interessate e scambiare pensieri, opinioni, sensazioni e sentimenti, aprendoci al confronto.
La Vita merita di essere vissuta in modo pieno, appagante ed intenso, e tutto ciò può verificarsi solo nel momento in cui possiamo “esserci” mentre scorre, senza dover per forza fare altro, distrarci, tenerci occupati.
Merita di essere vissuta in nostra compagnia!
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